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Non si puo mai accettare la sopraffazione



Buongiorno Marco, ho avuto il coronavirus e ne sono uscita, per fortuna. E ora c’e un altro nemico da fronteggiare che aleggia nelle nostre vite. Guerra, la parola mi risveglia i racconti della madre che scappava da Livorno sotto i bombardamenti degli Alleati e raggiungeva a piedi con tutta il nucleo familiare Santa Maria a Monte, dove si radunavano gli sfollati, nei granai dei contadini. Si nascondevano nel “foro” di Lucca dalle bombe americane insieme ai tedeschi che scappavano e lasciano solo morte. La guerra non e fiori nei cannoni. Io non l’ho patita, ma la mia cultura e nata dalle lotte e dai partimenti dei familiari per rinascere. La nonna perse la memoria perché il mio padre era disperso per due anni, prigioniero degli inglesi dopo l’attacco ai cacciatorpedinieri a Taranto nel 1942. Lui era marinaio. Il nonno fu schiaffeggiato da tedeschi perché aveva le patate sulla bicicletta. Lo zio ha fatto la guerra in Russia, tornò con le gambe congelate. Il fratello diciassettenne si salvò da un rastrellamento rimanendo dietro la porta spalancata dai tedeschi con i fucili spianati. Non c’e bisogno di immaginare Genova distrutta. L’Italia era distrutta. Per finire fate un tavolo della Pace e tutti facciano un passo indietro.

Carla

Gentile Carla, sono cresciuto con i racconti di guerra dei miei genitori, dei parenti, degli amici di famiglia. Mio padre ha fatto la guerra di Liberazione nel Reggimento San Marco, mia madre ha vissuto i bombardamenti di Milano. Detesto la guerra più di ogni altra cosa. Ma sfortunatamente – come appunto nell’Italia occupata – ci sono opportunità dove la guerra e inevitabile. Un’invasione non si respinge con le parole, i sopraffattori non si fermano con i discorsi. Continuando con il paragone: per non fare la guerra dopo l’8 settembre si doveva accettare di essere dominati da Hitler e da Mussolini e dalla spregevole follia del loro desiderio di sopraffazione. Un tavolo della pace ha senso e porta a una soluzione quando entrambe le parti sono: interessate al termine del conflitto, capaci di ascoltare e ritenere le esigenze della controparte, disposte a rinunciare a qualche cosa. Se questo atteggiamento riguarda soltanto una delle due parti, il tavolo non ha le zampe e non sta in piedi. Non possiamo domandare al popolo ucraino di accettare la sopraffazione. Basta immedesimarci per capirlo.


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