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Allenare, giocare e poi anche ora allenare ma sempre con passione: insomma Adriana Coralluzzo

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#sporttoscana

È storia recente, della scorse settimane. Al Palapiacco, la Pallacanestro Femminile Vercelli affronta un’avversaria di tutto rispetto. C’è qualche cosa di diverso sugli spalti, nei momenti che precedono la gara: un gruppetto di ragazzi, sui dodici anni, mai visti prima. Sono lì per tifare la PFV perché nella PFV gioca la loro allenatrice, Adriana Coralluzzo.

«Non me l’aspettavo, mi sono venuti i brividi quando li ho visti» dice lei.

Adriana Coralluzzo, classe 1989, giocatrice e allenatrice di basket. A seguito del lavoro, basket a oltranza Gioca e allena, allena e gioca. Ogni tanto si concede una serata con le amiche. Eppure un giorno – era piccola, aveva iniziato da poco – aveva detto a suo padre: «Basta, non voglio più giocare a basket. Non riesco mai a fare canestro».

«”Adri” tu non ti preoccupare. Tu segui quello che dice l’istruttrice, il canestro poi arriverà».

Diede ascolto a suo padre. Che aveva ragione. I canestri sarebbero arrivati.

Dopo aver militato in diverse team della penisola (pure in B e A2) nel 2017 approda a Vercelli e dunque alla Pallacanestro Femminile Vercelli.

Ora gioca e, appunto, allena. Giorni-fotocopia: ad allenare i piccoli del minibasket («Meritano attenzioni particolari, meritano grandi attenzioni», dice), gli esordienti dei Bugs (un’annata trionfale, la loro), le Under 19 della PFV e poi allenamenti e partite con la 1ª squadra allenata da Gabriele Bendazzi.

Non ti viene mai la voglia di staccare?

«No. Al momento sto pensando al corso che farò per diventare Istruttore giovanile. Spero di transitare l’esame. Il basket è la mia vita, ormai».

Dove nasce questa passione?

«Da… una non passione. Quando ero piccola, dal momento che ero un po’ in carne, mi facevano fare ogni sport immaginabile: judo, oppure nuoto. Pure la danza. Niente, io dopo sette giorni mollavo tutto. Poi è venuta la pallacanestro. Volevo smettere, non mi sentivo all’altezza, oltretutto sotto il profilo fisico, e poi giocavo solo con dei maschi, che un po’ mi bullizzavano. Mio padre però ha insistito, così a dodici anni sono andata in una squadra femminile e da lì, complici le relazioni con le compagne di squadra, è scoppiata la passione.»

Hai girato l’Italia, come giocatrice, la memoria più bello?

«A Livorno, giocavamo seriali B e disputammo i play off per l’A2, avevo diciotto anni ed ero piuttosto… imbranata. Quando facevo la spesa comperavo solo cose inutili. Poi, ogni giorno, sono cresciuta: ho imparato a fare la lavatrice,


VEGN2388->> 2022-06-29 18:11:00