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La lunga fine di Internet senza confini

La lunga fine di Internet senza confini 

Per capire esattamente il senso e la portata dell’ordine ricevuto da Facebook di non portare più negli Stati Uniti i dati personali degli utenti europei, che ha fatto scattare l’allarme rosso non solo a Menlo Park, dove sta Zuckerberg, ma in tutta la Silicon Valley, dobbiamo tornare indietro di quasi un quarto di secolo. Al summit di Davos del 1996: tirava una brutta aria per i potenti della terra, i segnali di quella che sarebbe diventata la protesta “no global” c’erano tutti. Il momento più emozionante era stato quando Shimon Peres e Yasser Arafat aveva condiviso il palco facendo sperare tutti che la pace in Medio Oriente fosse davvero possibile. Probabilmente per alleggerire il programma, gli organizzatori avevano organizzato una sessione con alcuni pionieri di Internet: era appena stato lanciato il sito web del World Economic Forum e dovevano aver pensato che sarebbe stato divertente ascoltare i guru delle “autostrade dell’informazione” (la rete la chiamavano così). Fra questi c’era John Perry Barlow. Poeta, paroliere dei Grateful Dead, attivista di Internet recentemente scomparso, Barlow era arrivato a Davos con un problema: gli era stato commissionato un testo per un libro che doveva raccontare 24 ore nel “cyberspazio” (una espressione che oggi quasi nessuno usa più per indicare quello che facciamo in rete). Ci lavorò per tutta una notte e lo finì all’alba dell’8 febbraio ma era così radicale che l’editore del libro lo respinse. Barlow allora…
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