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L’Arma, l’Iraq e la epidemia «La mia vita? Un’avventura»

Il generale Tessarolo elogiato per il suo impegno nella gestione dell’emergenza tra tracciamenti nelle caserme, quarantene e supporto psicologico ai militari

LIVORNO. In tanti anni di carriera, il generale di brigata Andrea Tessarolo, di esperienze ne ha vissute tante. E stato in Albania, in Bosnia e a Nassirya nell’anno più difficile. «Quelle sono state esperienze importanti e di crescita professionale, ma era lavoro militare di tutti i giorni. Il Coronavirus e stato uno tsunami. Ci siamo dovuti reinventare una gestione delle caserme» Il generale Tessarolo al momento e in congedo ed ha ricevuto dal generale Stefano Iasson, comandante della seconda brigata mobile dei carabinieri, un elogio per l’impegno profuso nel corso della epidemia in qualità di dirigente del servizio sanitario all’infermeria presidiaria di Livorno. Questa la motivazione: Tessarolo ha contribuito in modo determinante ad assicurare benessere e salute del staff dell’Arma in un momento di grave dall’emergenza medica, ponendosi quale punto di riferimento per tutti e contribuendo con il proprio comportamento ad esaltare i compiti operative dell’Arma dei carabinieri.

Generale, e felice per questo elogio?

«Certo, sono molto contento di averlo ricevuto»

Ci racconta il suo lavoro nel corso della epidemia?

«Io ho vissuto la 1ª fase della epidemia, quella del lock down, e all’inizio abbiamo posto una grande attenzione al tracciamento. Le caserme sono comunità confinate e i nostri comandi sono stati bravi a individuare e isolare i primi casi positivi. E stato un momento difficile perché, da un parere gestionale, era tutto nuovo»

Avevate tutti gli strumenti necessari per lavorare?

«Consideri che abbiamo trattato pure alcuni casi a domicilio. Mi ricordo, per esempio, di un nostro colonnello che aveva la saturazione a 90. Come infermeria noi non avevamo l’. Ma l’Arma (e la seconda brigata mobile) si e messa a disposizione. Pensi che ci e arrivata una bombola di da Gorizia. In infermeria avevamo farmaci funzionali al supporto delle attività addestrative, ma non le bombole. Il nostro e stato lavoro capillare, che abbiamo svolto insieme»

Vi siete occupati pure di vaccinazioni?

«In principio abbiamo fatto lo screening su 2.200 militari con il sierologico. Siamo andati pure a domicilio, in tutta la provincia di Livorno e Pisa. Per quanto riguarda i tamponi ci siamo attrezzati con la Biolabor e collaborando coi drive through, invece non abbiamo organizzato le vaccinazioni in autonomia, ma c’e sempre stato un lavoro coordinato tra pubblica amministrazione, Difesa, carabinieri e Azienda sanitaria locale».
 

E stato fornito pure supporto vista dal lato psicologico?

«Sì, un servizio di psicologia medica nella parte interna dell’infermeria. Un’attività che ci ha impegnato molto. Andavamo a letto ogni sera pensando ai colleghi che stavano male o che erano in quarantena nelle camere. E stato complicato, pure umanamente».

Una carriera da ufficiale medico, le missioni all’estero e pure la gestione del Coronavirus. Potendo tornare indietro, farebbe le stesse scelte professionali?

«Le missioni all’estero ti arricchiscono. Cresci come medico, come militare e come uomo. Mi sono fermato dopo Nassirya e i miei familiari mi ha sempre supportato: questo e stato indispensable. Ho avuto una bella avventura in questi 26 anni di carriera. Mi chiede se lo rifarei? Sì, lo rifarei».

cp