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Le 100 candeline di nonno Giorgio pure nel lager non si piegò a Hitler

«Per me la guerra non e finita veramente nella primavera ’45: ho potuto far ritorno a casa solo l’8 settembre ‘45». Due anni precisi dal giorno dove, con celerità dopo l’armistizio di Badoglio, i nazisti l’avevano fatto prigioniero. Il dettaglio che “fotografa” questo slittamento alla fine dell’estate e quel «grappolo d’uva che vedo dal treno al Brennero». Il ritorno a casa forse non sarebbe abbastanza odissea se potesse concludersi nella “sua” Livorno: in realtà, il nucleo familiare e ancora sfollata a Chianni e lui s’arrangia a ritrovare una bici per farsi una cinquantina di chilometri e poter alla fine abbracciare i suoi.

“Lui” il suo nome è Giorgio Allori e oggi spegne 100 candeline sulla torta di compleanno. A distanza di tre quarti di secolo da quella libertà riconquistata ha tirato fuori il quadernetto blu dal cassetto più nascosto: l’ha reso pubblico L’Espresso con un colloquio che Allori, ufficiale italiano internato nei lager del Reich, ha riscosso con il direttore Marco Damilano (e la foto delle sue mani nodose che riaprono quelle pagine e diventata la copertina dell’anno). “La Resistenza”, così l’hanno intitolata giocando su tutta la tastiera dei significati: 1) e la Resistenza antifascista dimenticata dei moltissimi militari che, pure a costo di pagarla casa con la prigionia negli “stalag”, non accettarono di arruolarsi con i repubblichini del Duce; 2) e la resistenza come volontà di non mollare mai, un «inno antiretorico alla capacità delle persone di sopravvivere»; 3) e la resistenza come la ritrosia ad aprire l’album di ricordi dolorosi («quando si soffre tanto non si racconta»).

Era finito nel girone degli “internati militari”: una categoria inventata dai nazisti per non riconoscere nessuna tutela, neanche quella minima d’un prigioniero di guerra. Peccato che, al rientro, scoprirà che pure in patria si dimenticano di questa categoria di resistenti: bisognerà attendere una vita intera perché le autorità della Repubblica si rimettano in pari col prefetto Matteo Piantedosi che da di persona ad Allori la medaglia d’onore riservata ai deportati.

Sul quadernetto s’intuisce presso il nome un numero: 28325, il numero di matricola. Vale a dire la spersonalizzazione contro la quale Allori “combatteva” descrivendo la sua quotidianità come fosse “normale”: il disegno quasi “tecnico” della razione di pane con tanto di misure. Le ricette di cibi da divorare con l’immaginazione. La ricostruzione della mappa dell’universo conosciuto: il susseguirsi di campi di internamento dove e stato spostato (Torun, Czestochowa, Przemysl, Norimberga, Altengrabow, Berlino) senza nessun’altra ragione se non farla sentire del tutto in balìa altrui.

Nel campo di internamento la volontà di vivere si aggrappa a una ritualità che sembra assurda e invece serve mantenersi vivi. All’accademia non avevano ancora fatto il giuramento militare? Si arrabattano ad agguantare un pezzo di stoffa verde, uno bianco e uno rosso, chissà come pure il modo di cucirli, ed ecco pronta la bandiera per giurare fedeltà sebbene non si sa a chi, visto che era stato proprio lo smottamento delle istituzioni sabaudo-fasciste a lasciarli nelle mani dei tedeschi. La fame divora chicchessia e mina i legami? Eppure proprio là dove l’uomo viene ridotto a meno d’una bestia, ecco che saltano fuori sussulti di solidarietà: il cibo lanciato dalle massaie polacche e loro che ricambiano regalando la razione quotidiana a chi era stato fatto prigioniero nel corso della repressione della rivolta di Varsavia. Non basta: immaginatevi Allori che dentro il lager appoggia l’orecchio a quello dell’amico sofferente di otite così da scaldarglielo.

Per il poeta Giorgio Caproni la “sua” Livorno era il regno dell’giovinezza: la patria amarcord di madre Annina. Per quest’altro Giorgio, no. Quante città a caserme girate da militare 1ª di congedarsi a fine anni ’70 con il grado di generale di brigata. Ma Livorno e la “sua” Livorno: qui e nato il 4 febbraio di cent’anni fa, zona piazza Magenta; qui l’giovinezza in una palazzina in via Oberdan Chiesa che ora ospita un centro medico («Coteto mica era quella di ora: solo le case della Cassa di risparmi e il resto campi, e un viottolino che quasi nemmeno ci passavi per arrivare alla strada dei cimiteri»). Qui si e giocato l’adolescenza con gli studi al liceo scientifico, che a quel tempo era nei paraggi della sinagoga: «Il Tirreno lo conosco bene, quante volte ci sono venuto: mio zio Aldo Guerrieri si occupava di cronaca giudiziaria, mi portava nella stanza del direttore dove c’era una bella enciclopedia Treccani per le mie ricerche».

L’enciclopedia e ancora lì, Livorno un po’ sì un po’ no: «Cos’e che ho visto cambiare di più in tutto questo tempo? Quel “coso” in piazza Grande: era così spaziosa e bella».

Non e una sorpresa: Allori, Livorno l’aveva lasciata 1ª che costruissero il Palazzo Grande dopo la guerra. Se n’era andato a vent’anni, con la scelta della carriera militare: era tornato dalle nostre parti quando l’avevano attribuito alla caserma di fanteria dalle parti di Ardenza nella 1ª metà degli anni ’50 («in quel periodo ero tenente, La Rosa erano solo un pizzicotto di case fra i campi»).

Eppure, nonostante l’abbiamo spedito a giro per mezz’Italia, a Livorno sono sempre rimaste le radici: basti pensare ai tanti quadri della macchiaiola livornese, a iniziare da quelli del padre Giulio. Bisognerebbe poi mettere nel conto la foto di lui bimbo allo stadio di Villa Chayes a vedere il Livorno: il bis tanti, tanti, tanti anni più tardi insieme ai congiunti alla partita degli amaranto nel d-day del ritorno seriali A. E poi: le stampe di Livorno com’era, «e un manifesto che gli regalammo qualche Natale fa con tutte le conversazioni legate a Livorno».

E qui, ai bagni Lido, che e venuto al mare in estate per lunghissimi anni. E qui che hanno casa una parte dei suoi familiari: come la figlia Sandra, ex prof (mentre gli altri figli vivono a Roma: Umberto, origini labroniche, e medico; Francesco sta lavorando nell’organizzazione di grandi eventi); come i nipoti Laura e Michele Lezza, fotografa di Getty lei e videomaker lui. E qui, nella cappella di famiglia al cimitero della Misericordia, non lontano dalla tomba di Mascagni, che ha sepolto sua moglie Maria, poco dopo aver festeggiato i settant’anni di matrimonio. E qui, nelle acque del Romito, che tre estati fa e venuto a farsi una bella nuotata in mare con i nipoti. Meravigliati? Forse non avete ancora visto sulla sua pagina Facebook la foto mentre a 94 anni e spiccioli scavalca una staccionata su un sentiero del passo Giovo a 2094 metri di quota.

cp