Peggio che buffoni

Questi giocano a fare i ministri e inesorabile la Borsa cala, bruciando risparmi ormai in modo irrecuperabile almeno sul breve-medio, e lo spread sale accumulando debito pubblico e privato

Questi giocano a fare i ministri e inesorabile la Borsa cala, bruciando risparmi ormai in modo irrecuperabile almeno sul breve-medio, e lo spread sale accumulando debito pubblico e privato. Pensavamo che Di Maio fosse soltanto un dilettante, dopo quello che è successo l’altra sera con la denuncia del «decreto legge sul condono manomesso» cominciamo a pensare che sia pure imbecille. A memoria non si è mai visto un vicepremier che in diretta tv annuncia di voler portare a giudizio qualche suo collega per «manomissione di decreto legge». Ed è incredibile che lo stesso venga smentito e spernacchiato poco dopo addirittura dal presidente della Repubblica, che quel testo non l’ha mai visto e tantomeno ricevuto – né integro né taroccato – per la controfirma. Quindi i casi sono due. O Di Maio ha avuto le traveggole oppure si è inventato tutto per giustificare il fatto che ha firmato una legge senza leggerla o capirla. In ogni caso siamo di fronte a un suo reato, sicuramente politico e probabilmente penale, quello di procurato allarme sui conti pubblici.

Non sarà un caso che ieri mattina i mercati l’abbiano presa male e che la più potente organizzazione di Confindustria, l’Assolombarda, per bocca del suo presidente Carlo Bonomi (non certo un incendiario) ha lanciato un deciso «allarme governo». Pensateci: come fa un imprenditore a programmare i suoi investimenti quando non sa se, quando e come, le tasse caleranno; se non ha chiaro se, quando e come, potrà pensionare i suoi dipendenti; se non può capire se, quando e come, ci sarà un condono; se è all’oscuro di se, quando e come, le grandi opere pubbliche partiranno; se non ha certezze sul fatto che l’Italia ha intenzione di rimanere nella Comunità europea, eccetera eccetera. Con i «se» i politici, soprattutto questi del nuovo corso, campano alla grande, ma con i «se» un imprenditore rischia il fallimento.

Quando c’è qualche cosa che gli va storto Di Maio se la prende sempre e solo con gli altri. Dal presidente della Repubblica (richiesta di impeachment) ai tecnici del ministero (minaccia di andarli a prendere con i coltelli), dallo spread che sale alla retromarcia rispetto alle promesse elettorali su Ilva, Tap, ponte di Genova, vaccini, università a numero aperto e ora condono, vigliacco che una volta dica: scusate, sono stato un buffone. No, è sempre colpa di qualcun altro: dell’Europa cattiva, dei predecessori ladri, dell’alleato infido. Sospetto che più che a un buffone siamo di fronte a uno la cui definizione finisce sempre per «…one» ma non inizia per «buff…». E che si è convinto di poter prendere tutti noi per poveri «…oni».

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