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Soluzione Siberiana

di Mattia Bernardo Bagnoli

Due scienziati, padre e figlio. Un’idea apparentemente folle: riportare le lancette indietro nel tempo, all’epoca dei mammut, e così combattere il riscaldamento climatico. E’ il Parco del Pleistocene, a 30 chilometri da Chersky, nell’artico russo. Sul tetto del mondo. L’ANSA lo ha visitato, primo media italiano a metterci piede.

Alla fine ce l’ho fatta. Ci ho messo quasi 40 anni ma sono riuscito a trovare la tana del Bianconiglio. E ci sono caduto dentro, con gioia. Solo che il paese delle meraviglie non sta nella campagna inglese – spiace per Lewis Carroll – ma a Chersky, ai confini della Yakutia, oltre il circolo polare artico russo. È qui che nel 1996 Serghei Zimov, ormai una leggenda nel suo campo, ha fondato il Parco del Pleistocene. Un’idea assurda, un mix tra esperimento scientifico e geoingegneria nonché, forse, persino azzeccatissimo investimento immobiliare. Nella tana del Bianconiglio d’altra parte realtà e sogno si fondono. Per definizione. Quel che ne esce è un mondo nuovo. Dove gli alberi sono i grandi nemici dell’uomo, il tempo a disposizione per salvare il permafrost (e dunque la nostra civiltà) è quasi scaduto e gli animali tornano a pascolare tra i ghiacci artici, così come appunto accadeva nel Pleistocene, l’era in cui da uomini abbiamo iniziato a farci dei. Mancano solo i mammut. Ma per poco. Forse, se tutto va come deve andare, fra non molto ci saranno anche quelli. Il paese delle meraviglie, appunto. Che ci offre una soluzione tangibile per fermare, o almeno mitigare, il cambiamento climatico riportando le lancette indietro nel tempo. Dunque ora bisogna mettersi comodi e seguirlo, il Bianconiglio. Perché per raccontare l’incredibile serve tempo. Ne va della vita — la nostra.

Quando si dice la Storia viva. Ci abbiamo messo quattro ore di navigazione, lungo il Kolyma, ma davanti a me finalmente si staglia la falesia di permafrost di Duvanny Yar. È un luogo mitico per gli studiosi di tutto il mondo in almeno una dozzina di discipline, dai paleontologi ai biologi. Qui, a 130 chilometri da Chersky, il fiume ha infatti eroso le sponde e interi costoni di permafrost ricco di gas serra, o yedoma, sono esposti en plein air. Il processo in estate è continuo – il sole scalda le colonne di ghiaccio innestate nel terreno facendo crollare il suolo – e man mano che i costoni franano, sulle rive del fiume si ammassano reperti vecchi di migliaia di anni: zanne di mammut, ossa di megafauna, radici, materiale organico vario. Eugene e Jean-Michel si fermeranno qui qualche giorno per condurre le loro ricerche, Nikita tornerà a prenderli quando avranno finito. Per me è l’occasione perfetta per capire finalmente, nei minimi dettagli, che cos’è questo benedetto permafrost di cui tutti parlano.

Prima, però, ci fermiamo a far visita a un gruppo di ricercatori amici di Nikita. Sono a bordo di una barca, ormeggiati sulla riva opposta della falesia di Duvanny Yar. Pare che siano a corto di provviste e quindi portiamo loro un po’ di rifornimenti. In realtà mi sembra se la stiano cavando alla grande. L’equipaggio, oltre agli scienziati, consta anche di alcuni ‘tuttofare’ del posto. Ma, francamente, salendo a bordo è difficile dire chi sia chi. Stanislav mi dà il benvenuto brandendo un coltellaccio con cui sta pulendo una trota gigante. E si presenta come pescatore. In realtà è uno studioso dell’istituto Pushchino di Mosca. Miron invece è introdotto come «il professore». Ma è il navigatore, l’uomo che conosce il Kolyma come le sue tasche. Non è possibile rifiutare un giro di vodka e nel mentre il capitano frigge del pesce appena pescato. Le nuvole si sono diradate e il cielo è di un azzurro strabiliante. Il morale sulla barca è alto e si chiacchiera volentieri, battuta dopo battuta. È una scienza proletaria, quella che si fa qui sul Kolyma: nel fango di Duvanny Yar si sprofonda insieme.

Nikita a un certo punto mi fa capire che ce ne dobbiamo andare e mi sibila in un orecchio: «cercheranno di appiopparti del pesce, tu resisti».

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